L'Italia sfida i colossi del quantum: università e startup tricolori nella corsa al computer quantistico
Photo: Oak Ridge National Laboratory, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons
C'è un momento, in certi laboratori universitari italiani, in cui il silenzio diventa quasi assordante. Non perché non stia succedendo nulla — anzi, è esattamente il contrario. È il silenzio di chi sa di stare lavorando su qualcosa di potenzialmente enorme, in un settore dove le posta in gioco si misurano in decenni e in miliardi di euro. Il quantum computing è uno di quei campi tecnologici che sembrano usciti da un romanzo di fantascienza, eppure stanno diventando realtà concreta — e l'Italia, a sorpresa per molti, non è rimasta a guardare.
Cosa sta succedendo nei laboratori italiani
Parliamoci chiaro: quando si dice "quantum computing", la mente va subito a Mountain View o a Armonk, dove Google e IBM hanno investito miliardi per sviluppare i loro processori quantistici. Ma la ricerca italiana in questo ambito è più vivace di quanto si pensi, e soprattutto più strutturata di quanto raccontino i media generalisti.
Il CNR — Consiglio Nazionale delle Ricerche — ha da anni gruppi attivi sulla fisica quantistica applicata. L'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) collabora con partner europei su esperimenti che toccano direttamente le basi hardware del quantum computing. E poi ci sono le università: il Politecnico di Milano, la Sapienza di Roma, il Politecnico di Torino, tutti con laboratori che lavorano su aspetti diversi della computazione quantistica, dai qubit superconduttivi agli approcci fotonics.
Non stiamo parlando di progetti marginali. Nel 2022, l'Italia ha ottenuto uno dei cinque centri di eccellenza europei nell'ambito del Quantum Flagship, il programma da un miliardo di euro lanciato dalla Commissione Europea per costruire un ecosistema quantistico continentale. Un riconoscimento che non arriva per caso.
Le startup: il lato meno raccontato della storia
Oltre al mondo accademico, sta nascendo qualcosa di interessante anche sul fronte imprenditoriale. Non è ancora l'esplosione che si vede in Francia o Germania, ma i segnali ci sono.
Alcune realtà italiane stanno lavorando su software quantistico — ovvero algoritmi e applicazioni pensati per girare su hardware quantistico, anche quello dei grandi player internazionali. Questa è in realtà una strada intelligente: invece di competere direttamente con Google nella costruzione di processori da milioni di dollari, ci si concentra sullo strato applicativo, dove la barriera d'ingresso è più bassa e le opportunità commerciali sono più immediate.
Altri stanno esplorando la crittografia post-quantistica, un settore che diventerà cruciale man mano che i computer quantistici diventeranno abbastanza potenti da rompere gli algoritmi crittografici attuali. È una nicchia, ma una nicchia con un mercato potenzialmente enorme — banche, assicurazioni, pubblica amministrazione: tutti avranno bisogno di aggiornare i propri sistemi di sicurezza.
Il nodo del finanziamento: il solito problema
Qui arriva la parte meno entusiasmante, quella che chi lavora nel settore conosce bene. Il quantum computing richiede investimenti enormi e tempi lunghi. Un qubit di qualità costa risorse immense da produrre e mantenere. I laboratori italiani, pur eccellenti, operano spesso con budget che farebbero sorridere i colleghi americani o cinesi.
Il PNRR ha portato qualche boccata d'ossigeno: il programma nazionale sulla ricerca quantistica ha ricevuto finanziamenti significativi, e diversi atenei hanno potuto aggiornare le proprie infrastrutture. Ma è ancora poco rispetto alla scala degli investimenti globali. IBM da sola ha annunciato piani da miliardi di dollari per i prossimi anni. La Cina ha costruito un intero ecosistema statale attorno al quantum. L'Europa cerca di fare sistema, ma la frammentazione rimane un problema.
La vera sfida per l'Italia non è tanto la qualità della ricerca — quella c'è, ed è riconosciuta a livello internazionale — quanto la capacità di trasformare quella ricerca in prodotti, brevetti, aziende. Il famoso "trasferimento tecnologico" di cui si parla da decenni e che continua a essere il punto debole del sistema italiano dell'innovazione.
Dove l'Italia può fare la differenza
Non tutto è negativo, però. Ci sono aree specifiche dove la ricerca italiana ha una tradizione solida e dove le competenze accumulate potrebbero tradursi in vantaggio competitivo reale.
La fotonica quantistica è una di queste. Diversi gruppi italiani lavorano su approcci basati sulla luce — fotoni invece di elettroni — per costruire sistemi quantistici. È una tecnologia diversa da quella dei colossi americani, ma con potenzialità interessanti, soprattutto per le comunicazioni quantistiche sicure.
Le reti quantistiche sono un altro ambito promettente. L'idea di costruire una "internet quantistica" — dove le informazioni viaggiano in modo intrinsecamente sicuro grazie alle leggi della fisica — è ancora lontana dalla realizzazione pratica, ma i test preliminari stanno avanzando. E l'Italia, con la sua posizione geografica nel Mediterraneo, potrebbe giocare un ruolo interessante come hub per le connessioni europee.
La partita si gioca adesso
Il quantum computing non è ancora una tecnologia matura. I computer quantistici attuali sono ancora "noisy" — rumorosi, imprecisi, limitati nel numero di qubit stabili. La cosiddetta "supremazia quantistica" dimostrata da Google nel 2019 riguardava un problema specifico e artificiale, non applicazioni reali.
Questo significa che la finestra di opportunità è ancora aperta. Chi costruisce competenze adesso — ricercatori, ingegneri, aziende — sarà in posizione di vantaggio quando la tecnologia maturerà, probabilmente nell'arco del prossimo decennio.
L'Italia ha le competenze scientifiche. Ha alcune delle menti migliori in fisica teorica e applicata. Quello che manca è un ecosistema che sappia valorizzare questo patrimonio: più venture capital disposto a scommettere su tecnologie deep tech, più collaborazione tra università e industria, più visione strategica da parte della politica.
Non si tratta di battere Google o IBM — quella sarebbe una battaglia persa in partenza. Si tratta di trovare il proprio spazio in un settore che ridefinirà la tecnologia nei prossimi vent'anni. E in quella corsa, l'Italia ha ancora qualcosa da dire.