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Schermi che si piegano, mercati che si aprono: l'Italia può davvero entrare nel gioco dei foldable?

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Ammettiamolo: quando pensiamo agli smartphone pieghevoli, la prima cosa che ci viene in mente è la Corea del Sud. Samsung Galaxy Z Fold, Z Flip — nomi che evocano laboratori di Seoul e investimenti da decine di miliardi di dollari. E poi c'è la Cina, con Huawei, Honor, Oppo, Xiaomi che si rincorrono in una gara a chi piega meglio. L'Europa, in questo scenario, sembra uno spettatore pagante.

Ma aspetta. Prima di rassegnarci al ruolo di consumatori passivi di tecnologia altrui, vale la pena guardare cosa sta succedendo sotto la superficie. Perché la storia dei pieghevoli non è solo una storia di assemblaggio finale: è una storia di materiali, di brevetti, di chimica e di fisica applicata. E lì, sorprendentemente, l'Italia ha qualcosa da dire.

Il mercato che cresce (più lentamente del previsto)

Partiamo dai numeri. Il mercato globale dei foldable ha avuto un 2023 e un 2024 più sobri rispetto alle previsioni entusiastiche di qualche anno fa. Le vendite crescono, ma non ai ritmi esplosivi che alcuni analisti avevano pronosticato. Il prezzo rimane il principale ostacolo: un Galaxy Z Fold6 costa quanto un laptop di fascia alta, e per molti consumatori il valore aggiunto non giustifica ancora la spesa.

Eppure, il trend è chiaramente positivo. IDC stima che entro il 2026 i foldable rappresenteranno circa il 3-4% del mercato totale degli smartphone. In termini assoluti, parliamo di decine di milioni di unità all'anno. È un segmento piccolo in percentuale, ma enorme in valore assoluto — e, soprattutto, è il segmento dove si concentra l'innovazione tecnologica più intensa.

Dove si nasconde l'opportunità italiana

Nessuna azienda italiana produce smartphone pieghevoli. Questo è un dato di fatto, e non cambierà nel breve periodo. Ma la catena del valore di un foldable è molto più lunga e articolata di quanto sembri.

Prendi lo schermo. Un display OLED flessibile è un oggetto di straordinaria complessità: strati sottilissimi di materiali organici, substrati in poliimmide, vetri ultra-sottili come il Corning Gorilla Glass Victus (sviluppato negli USA, ma con contributi di ricerca europei). Qui entra in gioco la chimica dei polimeri e la scienza dei materiali, due aree in cui l'Italia ha una tradizione accademica e industriale solida.

Alcuni dipartimenti universitari — dal Politecnico di Milano all'Università di Bologna, passando per il CNR — stanno lavorando su polimeri elettroluminescenti flessibili e su tecniche di deposizione di strati sottili che potrebbero trovare applicazione diretta nei display di prossima generazione. Non è fantascienza: è ricerca applicata che alcuni grandi produttori asiatici già osservano con interesse.

Il peso dei brevetti italiani

C'è un aspetto della competizione tecnologica che spesso sfugge al grande pubblico: i brevetti. In un settore dove ogni millimetro di piega e ogni miglioramento nella durabilità dello schermo viene immediatamente protetto da intellectual property, avere brevetti strategici significa avere potere contrattuale.

Nell'ultimo quinquennio, il numero di brevetti italiani nel settore dei materiali flessibili e dei display è cresciuto in modo significativo. Startup, spin-off universitari e alcune PMI del settore della chimica fine hanno depositato brevetti che coprono aspetti specifici della tecnologia dei foldable: dai rivestimenti anti-graffio per substrati flessibili, ai meccanismi di cerniera a basso attrito, fino ai materiali adesivi otticamente trasparenti che tengono insieme gli strati del display.

Questi brevetti non fanno notizia come un nuovo Galaxy, ma nel lungo periodo potrebbero generare royalty significative o, meglio ancora, diventare la base per partnership industriali con i grandi player asiatici ed americani.

Partnership strategiche: la strada maestra

Se costruire uno smartphone pieghevoli italiano sembra fantascienza, costruire componenti per gli smartphone pieghevoli altrui è già realtà — o almeno, una realtà in divenire.

Alcune aziende italiane del settore della meccanica di precisione stanno già fornendo componenti per dispositivi consumer di fascia alta prodotti in Asia. Il salto verso i foldable non è impossibile: richiede investimenti in R&D, certificazioni specifiche e, soprattutto, la capacità di rispettare i tempi di consegna e i livelli qualitativi che i grandi OEM impongono.

In questo senso, i distretti industriali italiani — con la loro capacità di fare rete tra piccole e medie imprese specializzate — potrebbero rappresentare un vantaggio competitivo inaspettato. Un distretto dedicato ai materiali avanzati per l'elettronica flessibile, magari supportato da fondi europei e da partnership con università locali, potrebbe creare una massa critica sufficiente a interessare i grandi buyer internazionali.

Le barriere che non possiamo ignorare

Sarebbe però ingenuo sottovalutare gli ostacoli. Il primo è culturale: l'industria italiana dell'elettronica di consumo è praticamente inesistente come player finale. Mancano le grandi aziende capaci di fare da anchor per l'ecosistema, quelle che in Corea sono Samsung ed LG, in Giappone Sony e Panasonic.

Il secondo ostacolo è finanziario. Sviluppare tecnologie per il mercato dei foldable richiede cicli di investimento lunghi e capitali pazienti. Il venture capital italiano è cresciuto negli ultimi anni, ma fatica ancora a fare i round da 50-100 milioni di euro che servono per competere a certi livelli. Qui il ruolo del pubblico — attraverso CDP Venture Capital, i fondi regionali e i programmi europei — diventa determinante.

Il terzo problema è quello dei tempi. Il mercato dei foldable si muove veloce, e chi entra tardi rischia di trovare le posizioni già occupate. Ogni anno che passa senza costruire relazioni con i grandi OEM è un anno perso.

Europa unita o ognuno per sé?

C'è un'ultima variabile che vale la pena considerare: la dimensione europea. Nessun paese europeo da solo ha la massa critica per competere con le potenze asiatiche nel mercato dei foldable. Ma un'Europa che mette insieme le competenze chimiche tedesche, il design italiano, la ricerca sui materiali francese e olandese, e la manifattura di precisione svizzera potrebbe essere un interlocutore credibile.

Questa è, almeno sulla carta, la logica dietro alcune iniziative del programma Horizon Europe dedicate ai materiali avanzati e all'elettronica flessibile. Nella pratica, costruire queste sinergie transnazionali è sempre più complicato del previsto. Ma i tentativi ci sono, e alcune partnership italo-tedesche e italo-francesi nel settore dei materiali stanno producendo risultati interessanti.

Il punto della situazione

Dunque, può l'Italia competere nel mercato degli smartphone pieghevoli? La risposta onesta è: non come produttore finale, non nel breve periodo. Ma come fornitore di tecnologie, materiali e componenti di nicchia? Qui la risposta diventa molto più interessante.

La finestra di opportunità esiste, ma si sta restringendo. Serve una scelta chiara: investire in ricerca applicata, costruire brevetti, coltivare partnership internazionali. Non è una strategia glamour come lanciare il primo smartphone pieghevole made in Italy. Ma è una strategia realistica, e potrebbe portare valore economico concreto all'industria nazionale.

In fondo, è sempre stato così: l'Italia raramente vince costruendo il prodotto finale nelle tecnologie di massa. Vince quando costruisce le parti migliori, quelle senza cui il prodotto finale non funziona. Nei pieghevoli, quelle parti esistono. Bisogna solo avere la visione — e i soldi — per andarle a prendere.

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