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5G a metà, 6G all'orizzonte: l'Italia può permettersi di arrivare tardi ancora una volta?

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5G a metà, 6G all'orizzonte: l'Italia può permettersi di arrivare tardi ancora una volta?

Photo: Tony Webster, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons

Provateci: aprite la mappa di copertura 5G del vostro operatore e spostatevi mentalmente fuori dalle grandi città. Milano, Roma, Napoli — lì il 5G c'è, più o meno. Ma appena vi allontanate dai centri urbani, la situazione cambia rapidamente. Capoluoghi di provincia coperti a macchia, zone industriali ancora ferme all'LTE, aree rurali dove il 4G è già un lusso. Questo è il 5G italiano nel 2024: una promessa mantenuta a metà, mentre il resto del mondo inizia a fare i conti con la tecnologia successiva.

Lo stato reale delle reti italiane

I numeri ufficiali fanno un certo effetto. Gli operatori dichiarano coperture 5G che sulla carta sembrano incoraggianti. Ma c'è copertura e copertura. Molta di quella che viene conteggiata è 5G DSS — Dynamic Spectrum Sharing — ovvero una condivisione dello spettro con le reti 4G che offre miglioramenti marginali rispetto all'LTE tradizionale. Il vero 5G standalone, quello che abilita latenze bassissime e le applicazioni più avanzate, è ancora limitato a pochi corridoi urbani.

Il confronto con i paesi europei più avanzati è impietoso. La Corea del Sud ha già una penetrazione 5G che supera il 30% della popolazione. La Germania, pur con i suoi problemi infrastrutturali storici, sta correndo ai ripari con investimenti massicci. Persino la Spagna, non esattamente famosa per la velocità burocratica, ha una copertura 5G standalone più estesa della nostra.

Le ragioni di questo ritardo sono note: frammentazione del mercato degli operatori, difficoltà nel reperire le frequenze giuste, resistenze locali all'installazione delle antenne, burocrazia che rallenta le autorizzazioni. Niente di nuovo, insomma — gli stessi problemi che hanno caratterizzato ogni transizione tecnologica degli ultimi vent'anni in Italia.

Perché il 6G non è fantascienza lontana

Mentre ci arrovelliamo sul 5G, il mondo sta già lavorando al 6G. Non è fantascienza: la standardizzazione è in corso presso i principali organismi internazionali, e i primi deployment commerciali sono attesi — realisticamente — intorno al 2030. Sei anni sembrano tanti, ma nel mondo delle infrastrutture di telecomunicazione sono pochissimi.

Il 6G non sarà semplicemente un 5G più veloce. La visione che sta emergendo è quella di reti integrate terra-satellite, capaci di coprire ogni angolo del pianeta con connettività ultra-affidabile. Latenze nell'ordine dei microsecond. Integrazione nativa con l'intelligenza artificiale per gestire il traffico in tempo reale. Capacità di sensing ambientale — le antenne non solo trasmettono dati ma percepiscono l'ambiente circostante.

Sono tecnologie che cambieranno radicalmente il modo in cui industria, sanità, trasporti e città funzionano. E per arrivarci, serve partire adesso — non solo con la ricerca, ma con la costruzione delle competenze e delle infrastrutture che faranno da base.

Il gap che fa più paura: la supply chain

C'è un aspetto del problema infrastrutturale che viene spesso trascurato nel dibattito pubblico italiano: la catena di fornitura. Chi produce le antenne? Chi sviluppa i chipset? Chi costruisce il software di gestione delle reti?

La risposta, oggi, è quasi sempre: non l'Italia, e raramente l'Europa. Ericsson è svedese, Nokia è finlandese, Huawei è cinese. Samsung e Qualcomm sono americane o coreane. L'Europa — e l'Italia in particolare — è sostanzialmente assente dalla produzione di hardware per le reti di telecomunicazione.

Questo non è solo un problema economico — è un problema di sovranità tecnologica. La pandemia e la crisi dei semiconduttori ci hanno insegnato quanto sia pericoloso dipendere da fornitori esteri per tecnologie critiche. Le reti 5G e 6G sono infrastrutture critiche nel senso più letterale del termine: da loro dipenderà il funzionamento di ospedali, fabbriche, sistemi di trasporto, reti elettriche.

La buona notizia è che qualcosa si sta muovendo a livello europeo. Il programma Important Projects of Common European Interest (IPCEI) per la microelettronica sta cercando di ricostruire capacità produttiva nel Vecchio Continente. L'Italian Institute of Technology e alcune startup stanno lavorando su componenti per le reti del futuro. Ma siamo ancora lontani da una presenza industriale significativa.

Cosa possono fare le aziende tech italiane

La domanda che ci poniamo spesso su Mondo Elettronica è questa: dove si trovano le opportunità reali per le realtà italiane in questo scenario?

La risposta più onesta è: non nell'hardware di base, almeno non nel breve periodo. Costruire chipset o antenne competitive richiede investimenti e scale economies che solo pochi player globali possono permettersi. Ma ci sono segmenti adiacenti dove le aziende italiane possono inserirsi con più realismo.

Il software di orchestrazione delle reti è uno di questi. Le reti 5G e 6G sono fondamentalmente reti software-defined — la logica è nel codice, non nell'hardware. Startup e PMI italiane con competenze in networking, AI e sicurezza informatica possono sviluppare soluzioni verticali per settori specifici: manifattura intelligente, smart city, telemedicina.

L'integrazione sistemica è un altro ambito. Qualcuno deve progettare come questi sistemi si connettono tra loro, come vengono gestiti, come vengono messi in sicurezza. Le grandi società di consulenza e system integration italiane — e ce ne sono di eccellenti — hanno l'opportunità di diventare il riferimento per la digitalizzazione delle imprese italiane nell'era del 5G maturo.

Gli investimenti che non si possono rimandare

La parte più scomoda di questa storia riguarda i soldi. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha destinato risorse significative alla connettività, ma c'è ancora un gap enorme tra quanto investito e quanto sarebbe necessario per portare l'Italia ai livelli dei paesi benchmark europei.

I numeri che circolano nelle analisi di settore parlano di decine di miliardi necessari per completare la copertura 5G e iniziare a preparare il terreno per il 6G. Non tutto deve venire dallo Stato — anzi, il modello più efficace è quello della partnership pubblico-privata, dove il pubblico finanzia le aree non redditizie e il privato investe dove il mercato funziona.

Ma serve una visione. E serve che quella visione sia condivisa tra governo, operatori, industria e ricerca. La frammentazione decisionale che ha caratterizzato la politica delle telecomunicazioni italiana negli ultimi decenni è uno dei principali fattori del nostro ritardo strutturale.

Il tempo stringe

Il 6G arriverà, che l'Italia sia pronta o no. La domanda è se lo accoglieremo da protagonisti o da consumatori passivi di tecnologie sviluppate altrove. Abbiamo ancora qualche anno per fare le scelte giuste — sugli investimenti, sulla formazione, sulle politiche industriali. Ma quei anni passeranno in fretta, e nel mondo delle reti di nuova generazione, chi arriva tardi paga un prezzo molto alto.

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